Provo a definire la centralità che sta progressivamente assumendo l’industria turistica in Italia. Questo è un paese che ha vissuto dal secondo dopoguerra fino all’inizio del nuovo millennio dentro a un modello industriale prevalentemente tradizionale, che ha consegnato anche una capacità di ridistribuire la ricchezza.
A fronte dei cambiamenti che sono intervenuti a livello geopolitico globale, quella dinamica utile a generare quel tipo di restituzione ha registrato un progressivo ridimensionamento, perché l’industria tradizionale ahimè non trova più lo stesso spazio. Al contrario, un settore che all’epoca era considerato come un settore dei ‘lavoretti’ sta assumendo centralità nella capacità di generare PIL, e quindi in qualche modo ricchezza per il sistema Paese.
Allo stesso tempo il turismo è uno di quei settori in cui è più complicato consegnare la ricchezza che si genera alla collettività, soprattutto a chi fa parte di quei processi produttivi in qualità di lavoratore. Intorno a questo settore si genera più del 10% del PIL, e questo è praticamente l’unico settore in progressiva crescita negli anni; ma vive continui cicli, che mal si coniugano con il modello di lavoro tradizionale, quello per esempio della fabbrica. Il modello della fabbrica prevedeva di consegnare l’opportunità di conseguire reddito adeguato per vivere, di fare progetti di vita ‘normali’.
Il turismo, nella maggior parte delle sue dinamiche produttive, è legato a processi quali la stagionalità, i picchi, i flussi. È dunque un modello di generazione di produttività e di ricchezza che non costituisce in automatico la possibilità di immaginare che chi si affaccia al settore possa consegnarsi a una prospettiva di una vita stabile dal punto di vista professionale. Per questo, soprattutto in questo settore, quello che si può sviluppare in termini contrattuali è sicuramente una parte di quello che si può fare. Ma non è tutto, non è solo da questa parte che si può lavorare; è evidente che, se l’industria turistica diventa l’asset centrale per consegnare al paese un’opportunità di crescita, anche il legislatore deve intervenire con una logica di attenzione che non può mirare esclusivamente a fare gettito. Il gettito è sicuramente una cosa positiva, poiché si dà ricchezza allo Stato che la restituisce sotto forma di servizi. Ma bisogna trovare un modello di gestione che sia utile anche per donare una stabilità lavorativa.
Serve una prospettiva strategica. Dobbiamo fare di quel che abbiamo lo strumento per consegnarci un modello esistenziale accettabile. Uno strumento è sicuramente quello contrattuale; d’altra parte, serve un salto di progettualità da parte del legislatore, che deve costruire intorno a questo settore – l’unico in crescita – delle dinamiche utili per restituire reddito ai cittadini. Bisogna quindi individuare strumenti nuovi: se una dinamica produttiva garantisce 8 mesi di lavoro, nei 4 mesi mancanti ci deve essere uno strumento che, unito a quello contrattuale, sostenga i lavoratori.