Professoressa Federica Buffa
Abbiamo pensato che, visto che parliamo di identità, di autenticità e di narrazione, fosse anche importante ascoltare la voce di chi a brevissimo entrerà nel mondo del lavoro, con delle conoscenze e delle competenze maturate nel nostro corso di laurea in management della sostenibilità e del turismo. Qui con noi ci sono tre studenti e studentesse che stanno attraversando degli step di formazione diversi.
Marianna Rosa porterà la sua esperienza e le sue visioni come studentessa che sta ancora frequentando le lezioni, essendo iscritta al secondo anno; Samuele Di Marzio è in dirittura d’arrivo, sta terminando il suo percorso di tesi, e ci porterà i frutti dello studio che sta facendo; anche Erika Petricone sta sviluppando un progetto di tesi, ha iniziato più recentemente, però stanno emergendo delle idee interessanti.
Ho pensato che potesse essere interessante anche il fatto che abbiamo studenti che non sono tutti trentini, ma che sono qui da anni e che conoscono il sistema turistico del Trentino; ci diranno ora cosa pensano e come interpretano l’autenticità e l’identità dei luoghi, ipotizzando quali possono essere azioni, scelte e strategie da mettere in atto per valorizzare i nostri territori.
Marianna Di Rosa
Io sono trentina, della Valle di Ledro, e sono iscritta a questo corso di laurea perché mi piacerebbe poi rimanere nel mio territorio e nell’ambito turistico, nell’ambito della sostenibilità. Quando sento parlare di autenticità dei territori di montagna, una domanda che mi pongo è: “può un territorio essere vivo, essere vissuto, crescere, svilupparsi, prosperare anche dal punto di vista economico e al contempo mantenere la propria autenticità?”. Sentiamo spesso questa narrazione secondo cui l’autenticità è qualcosa di immutabile, che deve essere conservato con cura; dall’altra parte lo sviluppo economico implica per definizione un cambiamento, un miglioramento o un peggioramento; richiede delle attività economiche, tutte forme di antropizzazione. Potrebbe sembrare che antropizzazione e autenticità siano in conflitto; ma ritengo che queste due dimensioni non collidano, devono coesistere e devono entrare in dialogo.
Mi piace interpretare l’autenticità di un territorio non come l’assenza dell’uomo, ma come una presenza consapevole che sia in grado di entrare in dialogo coi territori, di creare dei legami e al contempo saperli rispettare. Parlo di rispetto per il luogo, per la sua autenticità, valorizzandola.
Penso quindi che la sfida per i giovani manager del futuro, e comunque per coloro che guardano al futuro dei territori di montagna, sia quella di favorire lo sviluppo e la crescita dei territori, senza snaturare la loro identità.
Credo che il turismo montano non debba essere la messa in scena di una montagna per tutti; deve invece permettere a chi visita la montagna, a chi la vive, di poterla vivere pienamente, entrando in relazione con chi ci abita.
Parlando di gestione delle destinazioni di montagna, una criticità che stanno vivendo molte realtà montane è quella dello spopolamento. La montagna rischia di diventare un luogo bellissimo ma vuoto, vissuto in chiave turistica e solo stagionale. Come studenti di MAST e forse come futuri manager di destinazione, dobbiamo ripensare le politiche di gestione di una destinazione; non solo per attrarre nuovi visitatori, ma anche per creare delle condizioni di vita sostenibili per chi abita quei territori. Ciò significa stimolare la nascita di presupposti che consentano a chi abita i territori di montagna di restare o magari di tornare.
A volte si dice “Bisogna creare dei nuovi servizi”, in realtà forse basta mantenere quello che c’è, mantenerlo vivo. Lo diceva prima il dottor Rossini; i territori di successo oggi sono quelli che sanno coniugare, sanno unire, con un forte connubio tra comunità e turismo. In tal senso penso che dobbiamo cercare di tenere vivo quel tessuto umano che permette a un territorio di essere autentico.
Da trentina orgogliosa penso che il successo di un territorio di montagna non sia definito unicamente da numeri come presenze e arrivi, ma anche dal numero di persone che, grazie anche al turismo, oltre che al territorio in sé, alle sue risorse, alla sua identità, scelgono la montagna come luogo dove restare, come luogo da vivere.
Samuele Di Marzio
Mi definisco un abruzzese in Trentino, sono qui da sei anni, quindi conosco molto bene il territorio. Sto finendo la mia tesi magistrale in management della sostenibilità e del turismo, incentrata sullo sviluppo dell’enoturismo di destinazione. Per quanto riguarda il discorso legato all’autenticità e all’identità di un territorio, penso che prima di tutto si debba risalire a chi questi concetti li ha trattati a livello teorico e anche antropologico. Marc Augé parlava per esempio del genius loci, quale antitesi al non luogo, che è il rischio a cui vanno incontro tutte le destinazioni che vogliono diventare principalmente spazi turistici, senza però considerare quella che è la comunità locale, il territorio, le specificità. Da questo punto di vista l’enoturismo riesce a essere potenzialmente uno degli antidoti, perché in Trentino l’enoturismo – lo posso dire anche grazie alle tante interviste che ho condotto in questo periodo – andrebbe a completare l’offerta trasversale che il sistema trentino effettivamente può già vantare, migliorando gli standard qualitativi della destinazione nel suo insieme. Inoltre, rappresenterebbe anche una leva di sviluppo strategico dell’intero territorio; pensiamo a determinate aree, come quella del Garda, dove sviluppare l’enoturismo potrebbe aiutare a gestire meglio i flussi turistici nel tempo e nello spazio.
Un altro tema che si riscontra è quello legato al ricambio generazionale. Le nuove generazioni sono molto più inclini al dialogo, molto più capaci di fare rete, più capaci di uscire dai campanilismi che hanno sempre caratterizzato alcuni settori, compreso quello enologico; dare fiducia a queste nuove generazioni, continuando a sviluppare un sistema già oggi in grado di essere così competitivo, può essere la miglior soluzione.
Per citare solamente una delle strategie chiave che dovrebbero essere adottate: servirebbe innalzare lo standard del livello qualitativo della destinazione; si dovrebbe utilizzare un approccio data-driven, questo penso che sia assodato, adottare una governance che sia credibile, riconosciuta e riconoscibile, e far sì che sia di prossimità, ma non a parole. E da qui si arriva anche alla co-progettazione, che è fondamentale per far sì che si realizzi un connubio fra comunità locale e turista. È necessario che ci sia un dialogo costante, dalle istituzioni fino al residente.
Servirà poi una narrazione integrata che non si limiti soltanto ad essere narrazione, ma che sia effettivamente una visione integrata, un’unione di intenti che si realizzi in un’identità di brand sicuramente molto più forte, che sia capace di valorizzare la varietà territoriale trentina, ma che al tempo stesso sia capace di vedersi in una visione compatta, unica, di Trentino e non di Valle 1, Valle 2, Valle 3.
Servirà sicuramente preservare la coerenza identitaria del territorio, essere quindi radicati a livello locale, ma avere una visione anche globale, per far sì che la destinazione possa essere coerente, ma al tempo stesso innovativa.
Erika Petricone
Come anticipato dalla professoressa, anche io sono alla fase finale del percorso di tesi magistrale. L’argomento che ho deciso di analizzare è come i territori possono avere uno sviluppo sostenibile dal punto di vista turistico senza cadere nell’overtourism, e senza però regredire all’undertourism. Questo accade a quei territori che hanno tante potenzialità, che però faticano a svilupparsi, e che quindi rimangono marginali.
Per quanto riguarda l’autenticità, la riflessione che oggi vorrei condividere è che, innanzitutto, quando parliamo di identità e autenticità del luogo, parliamo in primis di persone. Credo fortemente che la comunità locale non debba essere considerata uno sfondo sul quale costruire l’offerta turistica; deve essere invece considerata come la voce del territorio, rendendola protagonista e non spettatrice. Questo significa dare fiducia al suo sapere e ai suoi pensieri, facendo in modo che la comunità locale non sia solo una custode di tradizioni e di saperi antichi, ma un punto di forza per tenere vivo il senso del territorio. Uno sviluppo di questo tipo porta anche a un turismo sostenibile, soprattutto dal punto di vista sociale, perché la crescita non cancella l’anima dei luoghi, ma anzi la rafforza. Acquisisce così valore il turismo esperienziale, basato non sul consumo, ma sull’incontro di persone e con la storia del luogo. Per fare un esempio: riagganciandomi a quello che ha detto Samuele in precedenza, ultimamente si sente molto parlare di enoturismo; un turista che partecipa a una vendemmia non sta solo imparando una ricetta locale, sta concretamente entrando in relazione diretta con l’identità del luogo. Si costruisce così un turismo sostenibile, che abbraccia e coinvolge appieno la comunità locale, rendendola interprete del proprio vissuto e comunque co-creatrice di un’esperienza condivisa.
Per creare autenticità e per mantenere l’identità del luogo, secondo me, è quindi fondamentale rafforzare i legami tra chi vive il territorio e il turista che oggi non si accontenta più solamente di visitare un luogo; desidera imparare, tornare a casa con un bagaglio. Ed è proprio in questi legami che, secondo me, si riscontra l’autenticità del luogo.
Oggi una sfida con la quale ci si trova a fare i conti è quella della gestione dei flussi turistici. È importante monitorare le presenze, i picchi, per evitare di arrivare all’overtourism. Bisogna quindi diversificare l’offerta e spingere i turisti a frequentare zone che magari sono meno conosciute e meno valorizzate; e stimolare il coinvolgimento della comunità, con una collaborazione tra pubblico e privato. Allo stesso tempo bisognerebbe valorizzare le aree marginali (spesso montane e rurali) che sono poco valorizzate.
Nella mia tesi tratto il caso dell’Albania, che negli ultimi anni si è trovata ad affrontare un grande boom turistico e dei picchi che non sono stati gestiti in modo organizzato e sostenibile. Sicuramente ci sono dei limiti dal punto di vista manageriale, soprattutto all’interno delle località balneari; allo stesso tempo la destinazione ha tantissime zone rurali e montane che hanno tante potenzialità, tante opportunità di sviluppo, che però purtroppo sono ancora marginali. Bisognerebbe creare delle strategie mirate per la promozione, creando un brand, un’identità, creando magari anche pacchetti che integrino le zone più e meno conosciute.
Credo quindi che la sfida principale sia trovare un equilibrio, evitando che le destinazioni siano sature, ma allo stesso tempo promuovere delle destinazioni che hanno tanto da offrire, per arrivare così a un turismo sostenibile.