Il turismo di guerra è nato nel minuto stesso in cui i cannoni hanno cessato di sparare. Lo chiamavano pellegrinaggio: si andava pellegrini per scoprire l’esperienza di chi su quei territori aveva combattuto. Il primo pellegrinaggio patriottico in Italia viene organizzato sull’Ortigara, nei primi mesi del 1919. L’Ortigara è un caso come un altro, sapendo che in Europa le prime guide Michelin descrivono i campi di battaglia delle Fiandre; i veterani vi portano i figli e le mogli, nel tentativo di spiegare qualcosa che non si può dire a parole. Allora ti porto, allora si stampano le guide, si aprono i sentieri, si aprono gli alberghi.
Nel minuto in cui si cessa di sparare, inizia il turismo dei luoghi della memoria e della guerra, in cui gli europei hanno voluto riscattare, ripulire quei territori, riportandovi la vita. È vero per le montagne, ed è vero per le città. Le città che venivano evacuate durante la guerra, sul fronte, diventavano qualcos’altro. Al finire degli scontri le famiglie tornavano. Si sentivano di nuovo i suoni che erano scomparsi: le risate, i pianti dei bambini. Durante la guerra si sentivano invece unicamente le sirene, gli spari, i pianti e le urla dei soldati; il resto era silenzio. Quando sentiamo il suono di un bambino sappiamo che la guerra non c’è più.
Ci sono città di fronte che sono state completamente distrutte. Asiago è stata una delle poche cittadine di tutta Europa a essere completamente rase al suolo, senza nemmeno un mattone rimasto integro. Nel 1919 si pensa addirittura di spostarla più al sole; si cambia idea, e la ricostruiscono dov’era. Come impadronirsi di nuovo degli spazi urbani? Bisogna imparare a ricostruire senza cancellare la memoria. La storia è una disciplina fondata sulle prove, sulle tracce, sulle evidenze, sulle testimonianze plurime; la memoria, come diceva Primo Levi, è un mare in tempesta di miti approssimativi. Domina quello che suona meglio, che sembra più confortante, o anche al contrario più rumoroso; lo storico fa spesso fatica a dialogare con la memoria. In questo caso lo storico tira fuori dall’armadio tracce che spesso sono state lasciate nell’oblio; come sono state ricostruite le città? Come è stata riportata la vita? Ad Asiago, in Vallarsa, molta gente non voleva tornare. Alcuni tornano ancora prima di avere i permessi, altri non vogliono farlo. Perché tornare alle case distrutte, ai pascoli contaminati, alle mandrie disperse o uccise? Lo storico scopre quindi le tracce: quello che rimane delle amministrazioni contatta i profughi uno per uno, e promette, assicura, garantisce.
Ci chiediamo: come hanno fatto a sopravvivere le comunità in esilio? I trentini vennero mandati nel cuore dell’Impero. Come sopravvivevano? Con le donne che tenevano in piedi le comunità, con gli anziani che tenevano in piedi la memoria collettiva, con i preti che tenevano viva la fede, con i segretari comunali che intrecciavano la vita di chi non c’era più. I segretari comunali, i sindaci, i sacerdoti, alla fine del conflitto iniziano a contattare gli esuli, anche attraverso intermediari, a cercare fondi. Sull’Altipiano Cimbro le prime cose che vengono ricostruite sono la scuola, la casa del Comune e la chiesa, prima delle case. Perché quelle servivano per convincere le persone a tornare.
La guerra, da questo punto di vista, terminerà alla metà degli anni Venti, quando le città come Asiago e i piccoli paesini del Trentino vengono ricostruiti, quando tornano i profughi. Quelli sfollati in Austria tornano già nel 1920-1921, quelli sfollati in Italia tornano spesso più tardi. Le famiglie si disperdono in una sorta di diaspora. Come facciamo quindi a ricostruire la memoria? Andiamo a cercare i luoghi della memoria. Di cosa si tratta? È normalmente qualcosa di tangibile, che mi ricorda cosa è stato, cosa non è più, cosa quella comunità voleva diventare. A Padova il luogo della memoria per eccellenza è il Monumento ai Caduti della Grande Guerra: chiunque passeggiando nel cuore della città poteva così sapere che in quella città c’erano stati 5.000 morti, e che molti erano giovani andati a morire al fronte. Questi monumenti costellano tutta l’Europa e portano con sé i semi della memoria. Come ci attrezziamo per andarli a conoscere?
Mi sono divertito a mettere insieme alcuni luoghi della memoria – non tutti, secondo il CNR solamente sull’arco alpino ce ne sono oltre 12mila. Ho messo insieme alcune tappe, cammini che ho fatto personalmente, da punta Linke a punta San Matteo, dalle Prealpi della Vallarsa al Pasubio, scendendo nelle città e risalendo verso il Carso, per arrivare a Trieste. Come tutti gli itinerari dei pellegrinaggi moderni è in realtà un itinerario spirituale. Cosa accomuna le montagne e le città? In tutti e due i casi sono stati luoghi investiti da una guerra totale, che distrugge tutto, ma che inoltre popola, antropizza. La Grande Guerra prende montagne spopolate e le riempie di soldati armati; prende montagne vive e le spopola. La guerra plasma e cambia il paesaggio una volta per tutte. Le montagne del 1914 non sono più quelle che ci sono nel 1919.
Come mi avvicino a quelle tracce, nelle città distrutte o nelle montagne aggredite e cambiate per sempre? Nel mio zaino metto sempre due cose. Prima di tutto il rispetto: non tutto è accessibile a tutti. Uno dei miti deteriori del turismo oggi è l’accessibilità scontata. Tutti credono di poter arrivare ovunque. Ci sono persone che schiamazzano sui luoghi di culto, altre che noleggiano elicotteri per giungere a sacrari in cima alle montagne, eccetera. Il rispetto è il primo strumento nello zaino del visitatore; il secondo deve essere la conoscenza. Se io interrogassi 100 ragazzi che trovo in gita scolastica sul Sacrario del Grappa, da 80 otterrei la risposta “non so perché sono qui”. L’ignoranza colossale che domina rispetto alle pagine del nostro passato fa sì che la mancanza di rispetto sia generata fondamentalmente dalla non conoscenza. Da questo punto di vista l’educazione alla fruizione turistica è una delle grandi vie di fuga della costruzione della conoscenza del passato, è un argomento di una delicatezza infinita, in cui lo storico si deve alleare con una marea di attori in gioco, con i comunicatori, con chi costruisce gli itinerari, con gli amministratori. Per troppo tempo lo storico è rimasto uno studioso rinchiuso nella sua torre. Per molto tempo lo storico si è rifiutato di parlare il linguaggio della costruzione di un sapere diffuso.
Dunque perché si visitano questi luoghi? Perché si dovrebbe visitarli? È un argomento tabù, è un tema antipatico, ma dobbiamo sapere che la guerra è stata coessenziale alla costruzione del nostro passato. E ora che la guerra è tornata a fare parte della nostra quotidianità, è arrivato il momento di ammetterlo. Come diceva Nietzsche, dobbiamo essere in grado di guardare in faccia l’abisso senza entrare a farne parte. Andare su luoghi della memoria e della guerra è la chiave per sapere cosa è successo, e possibilmente per imparare dalle pagine del nostro passato; non potremo mai capire fino in fondo cosa ha provato chi ha combattuto, su quei territori, ma ci bastano alcuni frammenti. Basta sapere che da quella guerra civile europea nacque il desiderio di non combattere più tra fratelli. Da quella carneficina nacquero i germi di quello che noi abbiamo imparato a conoscere, e che diamo ormai per scontato, ovvero che tra fratelli europei certe cose non dovevano più succedere. Ci sono volute due guerre totali per farcelo capire. Lo abbiamo capito tra il 1949 e il 1950, anche per quel ricordo.