Ringrazio Confesercenti, a partire dall’idea iniziale di Loris Lombardini, l’ideatore della BITM, abbiamo sempre aperto un fronte talvolta visionario, talvolta polemico, talvolta stimolante. In questi anni avete avuto il compito di affrontare e segmentare tutto ciò che riguarda il mondo del turismo trentino, da vari punti di vista.
Il Trento Film Festival è un evento che esiste ormai da 73 anni, da sempre è un punto di riferimento per la riflessione sul futuro delle montagne, e delle varie identità. È globalizzazione delle diversità. Le montagne non sono uguali, però tutte hanno la loro identità, come tutti i territori. C’è un’identità paesaggistica, ma c’è anche un’identità di valori, che non è merito di chi vi abita, e c’è quella della sedimentazione materiale e immateriale, della cultura e per esempio dell’enogastronomia.
Per consolidare un brand territoriale della comunità alpina come la nostra è necessario lavorare su tre obiettivi, che sono circolari, senza soluzione tra l’uno e l’altro. L’identità territoriale, la responsabilità e la sostenibilità. Tralasciando l’ultima, mi soffermo sulle prime due. Per quanto riguarda l’identità, una comunità si riconosce nel proprio ambiente, è solidale al proprio interno, e si fa riconoscere all’esterno. Ne esce uno ‘stile trentino’. Riconoscersi vuol dire avere elementi distintivi che rafforzano l’identità, e il vino è uno di questi elementi. Non un vino generico, i vini distintivi del territorio, identitari, non replicabili in altri territori, diventano elementi fondanti di un’identità che posso trasmettere. Ma ci vuole anche la responsabilità territoriale, perché pur avendo potenzialmente questo patrimonio, in mancanza di responsabilità, di coerenza di gestione del territorio nel valorizzare questi prodotti, il cerchio si spezza. Faccio un esempio pratico. Una struttura turistica che si trova in un ambiente straordinario, che non ha nessun merito proprio di questo aspetto, non può non essere in sintonia con il sistema vitivinicolo territoriale. In caso contrario farebbe infatti due danni: il primo, a sé stessa, perché non comunicherebbe l’identità ai propri ospiti; il secondo alla comunità tutta, perché non sosterrebbe gli artefici del paesaggio che vendiamo, ovvero i nostri viticoltori.
Questo per dire che c’è necessità di avere un forte rapporto tra identità e responsabilità. La coerenza dovrebbe poi andare in fondo; siamo arrivati al punto che in molti ristoranti trentini consumare una bottiglia di vino è come prendere un giornaliero per andare a sciare. I listini della nostra regione sono tra i più alti d’Italia, e lo dicono anche i produttori e i distributori. Non c’è coerenza.
È chiaro che il cambiamento climatico può comportare delle modifiche, anche nei nostri comportamenti, perché avendo smarrito il senso di limite a livello collettivo forse non ci sappiamo rapportare con il cambiamento climatico. La cartolina stagionale del Trentino cambia, quella invernale non è più bianca, è grigia, avremo solo le strisce di neve ‘finta’. Nel libro ‘La montagna sacra’ Camanni pone una questione che mi ha fatto riflettere; considerando che ormai lo sci da discesa inizia ad avere prezzi difficili da raggiungere, diventando elitario, Camanni si chiede “e se i poveri prendessero coscienza che stanno pagando la neve finta dei ricchi, cosa succederebbe?”. Ai posteri l’ardua sentenza.