Vorrei fare due considerazioni. La prima è questa: se dovessimo cercare di capire se una tecnologia è buona o cattiva in sé stessa, probabilmente non arriveremo da nessuna parte. Quando 60mila anni fa ci siamo trovati in una caverna e qualcuno ha preso in mano una clava per la prima volta, era per aprire le noci di cocco o per aprire crani? Era un utensile o un’arma? Non c’è artefatto che non possa diventare un’arma. Se andassimo in questa direzione non saremmo in grado di dire se la tecnologia può aiutare o no, o se la IA può essere buona o cattiva.
Allora che tipo di domanda siamo chiamati a farci? L’etica della tecnologia nasce intorno a un’idea molto chiara: ogni volta che un artefatto tecnologico impatta una comunità, questa agisce come una forma d’ordine in una disposizione di potere.
Pensiamo a una tecnologia che siamo abituati a vedere, alla ferrovia: dove faccio passare i binari, dove metto le stazioni? Qualsiasi scelta farò permetterà a qualcuno di prendere il treno e negherà questa possibilità a qualcun altro. Essere o meno raggiungibili è già una forma di ordine.
Per affrontare brevemente un discorso un po’ più complesso, la cosa più facile è partire dagli “oggetti definiti dal software”. L’oggetto simbolo che tutti conosciamo è in tal senso lo smartphone, un parallelepipedo di acciaio, vetro e silicio. Oggi uno smartphone di ultima generazione può costare oltre 1.000 euro. Voi lo comprate, possedete l’hardware; quello che lo fa funzionare è però il software, ma nessuno di noi lo possiede, lo abbiamo solo in licenza.
Trasformare il turismo in una realtà software defined, con le varie piattaforme, con l’intermediazione di agenti di IA, vuol dire trasformare l’esperienza del turismo in un’esperienza software defined. È un bene o un male? La domanda non ha senso. Può essere entrambe le cose, come la clava. Ma c’è una cosa nuova su cui bisogna riflettere. Nel diritto romano, possedere qualcosa era associato a 3 diritti fondamentali, usus, abusus e fructus. Se io avessi posseduto un cavallo, avrei potuto usarlo cavalcandolo; ne avrei potuto abusare, ne avrei quindi potuto cambiare la natura (per fare mortadella, per tirare un carro nei campi, e non quindi solo come mezzo di trasporto); e avrei potuto godere dei beni che venivano dal possesso di quell’oggetto. Il turismo è un fructus che emerge dai beni che possediamo.
Riprendiamo l’esempio del telefono: l’abusus ci è garantito perché, se vogliamo rompere lo smartphone, possiamo farlo; l’usus dipende invece da quello che ha deciso il proprietario del software, sapendo che non tutti i software sono compatibili. Ci è invece completamente sottratto il fructus, che non è nostro, dei proprietari del telefonino, in quanto rimane nelle mani di chi possiede e licenzia il software, che monetizza sulla sua piattaforma.
La sfida dell’IA sta qui. Gli strumenti di cui parliamo sono potentissimi, possono portare a opportunità importanti, a esperienze più profonde, più personalizzate, e forse anche a un incremento di fatturato. Bisogna però capire che, nel momento in cui vengono messi a terra, se non si negozia bene la ripartizione di usus, abusus e fructus – dal punto di vista del diritto e dell’etica – potremmo essere privati di qualcosa a causa di questa trasformazione.
Non sono pessimista. Questa trasformazione va fatta, per dare più valore al mercato. Ma va affrontata con delle riflessioni adeguate, per non rischiare di finire in una relazione che vede lo strapotere delle aziende tecnologiche e l’inadeguata capacità di negoziazione dei piccoli player. Questo lo sa molto bene Confesercenti, che vede questa trasformazione e opera per difendere i diritti dei piccoli operatori.
Quello che state facendo è fondamentale per avere un turismo più sostenibile e anche capace di generare maggiore ricchezza; di fronte alle sfide bisogna adeguare la trasformazione ai bisogni di tutti. Il fatto di dirlo al Trentino, che è la capitale mondiale della cooperazione, significa certamente trovare territorio fertile per avere uno sviluppo del turismo digitale, capace di dare prosperità.