Faccio parte dell’associazione di volontariato Dolomiti Open, costituita da alpinisti, amanti della montagna e guide alpine: la nostra missione è portare delle persone con disabilità a scalare le cime delle Dolomiti, in particolare le Dolomiti di Brenta. Ogni anno per l’appunto organizziamo, insieme a tanti partner, l’iniziativa Brenta Open. Lo scorso anno, per il decennale, abbiamo organizzato un viaggio dalle Dolomiti all’Etna, un cammino per l’inclusione e la sostenibilità, per unire simbolicamente i due siti UNESCO più a nord e più a sud d’Italia, le Dolomiti e il Monte Etna. Ho avuto la fortuna di percorrere tutto il tragitto (di oltre 2.000 chilometri) a piedi, con qualche tappa in bicicletta e in handbike, in 3 mesi. In varie tappe del percorso si sono aggregate persone con disabilità.
Quest’anno abbiamo organizzato Trentino Way, il giro del Trentino inclusivo a piedi, in bicicletta, handbike, tricicli e tandem. In tutto 500 chilometri. Anche in questo caso hanno partecipato tante persone, più di 300, con tante ragazze e ragazzi con disabilità. Hanno partecipato 12 associazioni che si occupano di disabilità e più tanti altri partner. I territori si sono raccontati, hanno raccontato la loro capacità di essere inclusivi.
Ho imparato tre cose da questo viaggio. La prima è che probabilmente è venuto il momento di incominciare ad abbandonare la parola disabilità. Dis-abile vuol dire che non è abile, non è capace; ma abbiamo ragazzi amputati o ragazzi con fragilità anche cognitive che scalano il Campanile Basso con una capacità incredibile. Perché dire che non sono abili? Anziché parlare di disabilità, parliamo per esempio di caratteristica. C’è una persona che può avere la caratteristica di essere cieca, un’altra che può avere la caratteristica di un disturbo dello spettro autistico.
La seconda cosa che mi hanno insegnato questi ragazzi è che bisogna ribaltare il concetto di inclusione. Includere significa portare dentro. Ma in effetti l’inclusione è una cosa inversa, uscire dal dentro, uscire fuori per creare un senso di comunità. La terza cosa che ho imparato è che è bene parlare delle persone con disabilità; ma che non dobbiamo dimenticare i loro familiari, i genitori, i fratelli, perché anche loro vivono spesso delle situazioni difficili.
Dopo questo lungo viaggio, posso dire che il Trentino ha una forte identità. Camminare, andare a piedi, andare in bicicletta significa entrare nei territori, scoprire le identità di una popolazione, di una comunità e soprattutto creare connessioni con se stessi, con la natura, con le persone. Il prossimo obiettivo è fare il Giro d’Italia attraverso i giri delle varie regioni: il prossimo sarà l’Emilia-Romagna Way, poi faremo anche il giro dell’Etna. Il bello di questi viaggi è che tutti possono aggregarsi, con un effetto Forrest Gump.