Che rapporto abbiamo con la tecnologia, cosa perdiamo e cosa guadagniamo? Di fatto noi siamo le nostre tecnologie, dovremmo provare a uscire dal paradigma dell’homo sapiens che crea qualcosa e la usa, e provare a pensare che homo sapiens è cocreato dalle sue tecnologie. Non soltanto le facciamo, ma siamo in un certo senso creati dalle tecnologie. Siamo una sorta di sistema: anche il rapporto tra umano e oggetti è un flusso, riprendendo Bonomi. Estraiamo anche senso dagli utensili. Interagiamo, creiamo senso e siamo a nostra volta forgiati. Quindi cosa perdiamo e cosa guadagniamo?
Da un punto di vista cognitivo abbiamo perso alcune cose. In passato ci orientavamo nel viaggio attraverso l’olfatto, la conoscenza astronomica, attraverso il senso dell’orientamento che oggi abbiamo delegato ai nostri devices. Ma non sarei del tutto e soltanto pessimista. Proprio perché ci evolviamo con i nostri devices abbiamo anche guadagnato un nuovo modo di pensare, per connessioni, e anche una certa capacità di decostruire alcuni modi di posizionarsi nel Novecento, anche non volendo fare determinate cose. Forse perché ai giovani non interessano più particolari cose, forse perché il loro sistema di senso è diverso rispetto a quello delle generazioni precedenti. È un sistema di senso che ha bisogno di connessioni, è un sistema di senso in un ambiente digitale e reale (ma non c’è più nessuna differenza, è un continuum) che viene compreso un po’ meno dagli adulti.
Da questa prospettiva il mondo viene visto come meno territoriale, come un sistema che si può visitare, viaggiando in modo diverso rispetto al passato; un posto che si può scoprire, e che si può e che si deve tutelare. Ricordiamoci per esempio la sensibilizzazione verso un più attento trattamento del nostro pianeta è partita dai giovani, quando le generazioni precedenti invece pensavano di porre l’attenzione allo sviluppo quantitativo dell’economia, all’accumulazione. Questo è un segnale che ci dice che i giovani stanno guardando a una strategia per mantenere questo pianeta vivo, attivo.
Siamo una specie che esplora, che ha sempre esplorato, ci siamo evoluti in movimento, nello spazio e nel tempo. Siamo usciti dall’Africa almeno due volte in modo massiccio, ma siamo continuamente in viaggio anche nel tempo, da quando nasciamo fino a quando smettiamo di esistere. È tutta un’evoluzione, tutto un viaggio nello spazio-tempo. Noi siamo riusciti un po’ a dividere lo spazio dal tempo. Prima non era così: pensiamo a Marco Polo, che invece di ragionare in termini spazio-temporali, per capire quanto ci voleva per spostarsi dalla Crimea alla Cina, quantificava le giornate rispetto al mezzo utilizzato: 50 giorni con il cammello, 9 giorni navigando e 9 mesi camminando. Per noi il tempo è separato dallo spazio; abbiamo per esempio un tempo libero (che è una concezione relativamente nuova) che però dobbiamo riempire. Lo spazio lo posso attraversare, il tempo è un contenitore in cui io devo mettere qualcosa, come per esempio esperienze significative, viaggi. In questo senso siamo tutti turisti, e visto l’aumento dei turisti possiamo dire che il viaggio è in fase di democratizzazione; ma è un’esperienza che possiamo fare dentro un tempo limitato, un tempo che noi vogliamo riempire.
Il nostro percorso evolutivo, che ha 300.000 anni, è una sorta di progressiva limitazione delle incertezze. Il viaggio del passato era un viaggio di incertezza, Marco Polo non sapeva quando sarebbe tornato. Il nostro è un viaggio controllato, abbiamo una scaletta, siamo informati, sappiamo quello che ci aspetta, anzi, andiamo lì apposta. Il problema potrebbe essere proprio questo: non cerchiamo l’inesplorato, cerchiamo delle certezze. Immaginate di andare a Parigi, città romantica: ci si aspetta il romanticismo. In più oggi con i selfie faccio vedere me stesso con lo sfondo dei posti; quindi, in realtà, sono io più importante del luogo visitato. C’è uno spostamento di prospettive. Ma questo non vuol dire che il turista di oggi è un essere immondo: del resto siamo tutti turisti. C’è questa strana polarizzazione in cui si guarda agli altri, magari con odio, perché ci sono le strade piene. Ma noi siamo sempre stati e saremo sempre attratti dall’esotico, in perenne ricerca di qualcosa che dia risposte diverse alle nostre domande. Viaggiare in fondo è quello, vedere se ci sono risposte diverse alle domande che tutti noi abbiamo. Perché siamo qui? Perché nasciamo? Come moriamo? Come dobbiamo organizzare le nostre famiglie?
L’idea che il passato sia sempre meglio: questa è una caratteristica nostra. Tutte le civiltà hanno pensato alla grandezza dei padri, fa parte del modo in cui dobbiamo raccontarci: dobbiamo avere un passato solido per pensare anche a come arrivare a un futuro altrettanto solido. Penso a una vignetta, che girava qualche tempo fa, in cui c’erano degli aborigeni australiani che avevano in mano televisori, radio, eccetera, e correndo dicevano “Nascondeteli, arrivano gli antropologi”, per tornare a fare le danze tribali.
Da quando è nato l’esotismo noi folklorizziamo l’altro. Pensiamo alle prime persone dalla pelle nera che arrivano in Europa: era un momento di esotizzazione e anche, ovviamente, di puro razzismo. La folklorizzazione è anche forse una fake-lorizzazione. La troviamo anche nelle città italiane: pensiamo alle persone vestite da gladiatori davanti al Colosseo. Questo ci dice che i territori di montagna, con tutte le particolarità del territorio trentino, non sono poi così diversi da altre forme di folklorizzazione. Dobbiamo però rendere questi processi meno banalizzanti, e far sì che le persone che ricevono il turismo facciano quella vita con o senza lo sguardo dell’altro. Se si crea una vita quotidiana basata su pratiche comunitarie reali i turisti possono sperimentare la bellezza del luogo, l’identità locale, senza che questa sia un fake. Per fare questo bisogna contrastare l’inverno demografico, perché servono dei giovani; e bisogna ripensare l’orribile rapporto tra centro e periferie, a causa del quale i territori montani vengono abbandonati. Bisogna ricentralizzare o creare molti centri, di modo che queste località esistano al di là del flusso turistico, al di là dello sguardo di chi viene a fare la foto.