Come abbiamo imparato anche dagli interventi di questa mattina, il paesaggio è frutto delle scelte che abbiamo fatto negli ultimi secoli, per questo la bellezza più importante è quella delle persone, delle comunità. Io giro l’Italia e vedo le persone che sviluppano nuova bellezza; siamo un paese fortunato, baciato dalla storia, però la cosa bella è vedere come produciamo e continuiamo a creare nuova bellezza. È una responsabilità, ma anche un privilegio.
Io mi occupo di narrazione. Con il programma Generazione Bellezza raccontiamo storie; il termine ‘generazione’ ha qui un duplice stimolo, legato all’età e alla creazione, con la bellezza che per l’appunto genera azione. Presentiamo le narrazioni di chi si è stancato di lamentarsi, anche e soprattutto tra i giovani. Partirei da una storia che avete già sentito proprio ieri, che è quella di Castelsaraceno, che abbiamo raccontato anche in televisione. Perché? Perché questi ragazzi – alcuni sono qui in platea – sono venuti apposta a raccontare la loro storia, a insegnare, perché insegnano, ma vanno in giro anche a imparare. E questa è la cosa bella dell’occuparsi di questi argomenti, perché ascolti, impari e insegni. Questi ragazzi sono tornati in un paesino, Castelsaraceno, in Basilicata, dove è difficile pensare di tornare o di restare se non hai un motivo buono. E invece a Castelsaraceno si stanno creando delle opportunità per costruire nuovi linguaggi, a partire dalla costruzione di un ponte che è un attrattore. Da lì si scatena la sfida di creare contenuti, di creare un motivo per restare, un motivo per andare, per dire “guardate che bello che è venire qua”. Ma come si fa?
Poi c’è la storia di Rasiglia, un paesino in Umbria dove era tutto abbandonato; adesso è una regina di Instagram. Hanno riaperto i flussi d’acqua, piccoli e bellissimi torrenti, hanno sistemato il piccolo borgo, che oggi – parliamo di una comunità di una settantina di abitanti – è diventato un luogo di successo. Perché? Perché è stato creato un racconto fatto bene, e lo ha fatto la comunità. Loro sono dei super campioni su Instagram e hanno fatto una cosa semplicissima, hanno messo delle foto sui muri, semplici gigantografie di libri che avevano in casa: Instagram è pieno di fotografie di fotografie appese su un muro. Una scemenza? No, è banalmente qualcosa che ha valore, perché su quei muri si parla di telai, di filati, e sono messi al posto di finestre vuote. Quel racconto è fotografato, ma è un luogo di identità. Quindi, ecco come si può fare: fate foto, stampatele, abbiate idee. Questo è un progetto di una ragazza di 19 anni.
I giovani devono avere il coraggio di buttarsi, di provare. In Generazione Bellezza abbiamo raccontato anche Dolomiti Paganella, e ne prendo un piccolo esempio, il Bosco del respiro. È di una potenza e di una semplicità assolute: cammini in una faggeta, dove ci sono delle sostanze volatili che fanno bene, e a un certo punto del bosco c’è un portale che ti dice “attenzione, sei nel bosco del respiro”. Sei nello stesso posto di prima, ma ora te l’ho detto: creare un portale dove dici: “Stai entrando nel bosco del respiro” è uno strumento di narrazione, che crea consapevolezza del luogo e della caratteristica che hanno quegli alberi; che fanno bene al tuo sistema immunitario, ma normalmente nessuno te lo dice. “Rallenta, respira: adesso hai preso consapevolezza del valore del tuo respiro”. Questa è narrazione. Quante robe possiamo raccontare in questi boschi? Quanta narrazione possiamo ancora fare in questo territorio? Ci sono 500 chilometri di piste ciclabili? Quanta narrazione c’è lungo quelle piste? Ci sono migliaia di chilometri di sentieri? Quanta narrazione c’è su quei sentieri? Perché non mettere piccole storie che raccontano un bosco, una roccia, un racconto, un personaggio, il villaggio che c’è lì vicino?
A Ferla, in Sicilia, hanno fatto un centro olistico pubblico, un edificio del Comune dove fanno reiki e shiatsu, dove si curano i malati. Ma cosa è successo? Le persone arrivano per stare bene, e non è niente di eccezionale, ma semplicemente non esiste nessun centro olistico pubblico in Italia. Tutto questo nel piano superiore di un palazzetto dello sport semi-abbandonato. Non ci vuole molto per fare delle cose, per raccontare.
Quando vengo in Trentino imparo sempre qualcosa di nuovo, Trentino Marketing insegna all’Italia da tanti anni. Ma poi è bello imparare anche su quello che manca, no? Il paesaggio è raccontato bene, ma le persone, le comunità? Penso alla chiesa a Rione Sanità, a Napoli. Questi ragazzi non solo hanno aperto le catacombe, hanno preso anche delle chiese abbandonate, diroccate, e le hanno riempite d’opere d’arte, ma anche dei volti delle persone che abitano quelle strade. Un racconto di persone. Ricordo un ristorante le cui pareti ospitavano una serie di bellissime fotografie di volti; chiesi chi fossero, e mi risposero che “sono le persone che ti hanno permesso di mangiare questa sera”. Erano i volti di chi aveva coltivato il grano, di chi aveva coltivato i pomodori, del casaro, e via dicendo.
A Sciacca, in Sicilia, i commercianti hanno cominciato a raccontare il proprio territorio, e lo fanno utilizzando dei traduttori simultanei. Quindi i negozi sono diventati info point diffusi che raccontano un pezzo del territorio, e questo è coinvolgere i territori nelle grandi città e raccontare magari qualcosa che succede nelle valli. Raccontare significa avere il coraggio di usare parole nuove. Pensiamo alla Guinness Factory, a Dublino, famosissima. A fianco alla cassa c’è un solo cartello, che dice “Autism Friendly Experience” il che equivale a dire “Hai un problema di autismo? Non è un problema, siamo preparati ad accoglierti e a raccontare”. Questo significa andare oltre, anche mentalmente, fare in modo che i nostri luoghi siano davvero pensati per tutti.
Oggi, qui, si parla di identità. Le micro-identità hanno valore. Penso al banale B&B in Emilia-Romagna, con la sua stanza Ippocastano, chiamata così perché, banalmente, davanti a quella finestra c’è un ippocastano. Ma al suo interno si trova una narrazione di libri, di poesie, di prodotti, tutti sull’ippocastano. Abbiamo una potenza di narrazione che è smisurata. Ad Aosta, nei B&B, non trovo la saponetta incellofanata di qualsiasi marca, trovo prodotti fatti con erbe officinali da cooperative locali, con la filiera che viene così narrata. E io quella crema alle mani continuo a comprarla, perché è buonissima e voglio quell’odore, voglio quel profumo, che mi riporta il ricordo di quel posto. Pensiamo alle strade: perché non raccontiamo il nome delle strade? Penso all’invenzione di un sindaco calabrese, che ha chiamato una piazza “Largo ai giovani”, peraltro posizionando la targa sopra a una bacheca utilizzata per l’affissione di necrologi. Può essere anche un modo per rinnovare il nome di strade che non dicono niente, raccontare un pezzo del nostro territorio, un pezzo della nostra strada.
Tutti conosciamo la casa di Giulietta a Verona. Peccato che tutto nasce da un artificio. Nel 1930, la Warner Bros chiese al direttore dei Musei civici di Verona di fare il consulente per il primo film su Giulietta e Romeo. Lo stesso direttore, visto il successo del film, decise di modificare un edificio pubblico, creando il famoso balcone di Giulietta, usando a questo scopo un sarcofago in pietra che era stato abbandonato lungo il fiume. Non è propriamente un falso, perché si tratta di un’opera di fantasia: nessuno può dire niente.
Abbiamo bisogno di sviluppare delle architetture di narrazione complesse, senza avere paura di affrontarle. Abbiamo parlato di destination manager: io parlerei più di community manager, cioè di persone che capiscono la complessità di un territorio, che integrano la città con la valle, che fanno emergere i contenuti che sono lì, ma nessuno li vede. E abbiamo bisogno di creatività. Quanti di voi scrivono delle storie anche sui social? Perché non usarle per far trasformarle in un mestiere?
Ognuno ha i turisti che si merita. Se offri un prodotto di un certo tipo, arriveranno turisti di un certo tipo. Se vogliamo persone che rallentano, che stanno qui a lungo, che si fermano, dobbiamo offrire dei motivi, oltre alla passeggiata in montagna. Parliamo da vent’anni di turismo esperienziale, ma continuiamo a offrire attività turistiche spacciandole per turismo esperienziale. Abbiamo bisogno di racconti, di persone che si fermano a fare i canederli, i prodotti tipici, a lavorare con gli artigiani, a scoprire con l’architettura, l’archeologia. E ci sono tanti soggetti narranti: le scuole, i contadini, il casaro. Io mi occupo di racconti, però stimolo tutti quanti a diventare narratori nella ristorazione, nei commercianti, nell’accoglienza. Ai giovani, agli studenti, dico: prendetevi un B&B, adottatelo e proponete una narrazione.
Ad Aielli, in un piccolo borgo dell’Abruzzo, hanno incominciato a fare murales. Non li hanno fatti a caso, dietro c’è il progetto Borgo Universo, nato a partire dalla presenza nel Settecento di un famoso astronomo. Un borgo che si stava spopolando è ripartito da questo pezzettino di identità: hanno iniziato a fare murales molto belli. Si pensi che su un muro c’è un intero romanzo, Fontamara, di Ignazio Silone. Risultato: è andato sulle copertine di tutto il mondo, e i turisti hanno iniziato ad arrivare, con un afflusso passato da 0 a 100.000, con i turisti gestiti dalla cooperativa di comunità formata da ragazzi del posto. Non c’è devastazione, è una narrazione. E qui i bambini disegnano pietre, scarti di marmo, mollette, qualsiasi cosa. E poi queste operette vengono vendute ai turisti, a 50 centesimi, a un euro, non di più, il ricavato viene consegnato alla cooperativa che gestisce la promozione turistica. Così hai dei ragazzini di 7 anni che lavorano con l’arte per creare promozione turistica. Dissi a una bambina di 8 anni “prima o dopo magari farai anche tu un murales” e lei rispose “ho già cominciato, perché dovevo aspettare?”. E infatti ha preso i colori a scuola e ha dipinto le scatole dell’energia elettrica davanti a casa, senza chiederlo a nessuno, semplicemente perché quelle scatole “erano brutte”. Sono entrati in un processo di consapevolezza che porta a fare le cose, a osare. Ancora: il 100% dei sottopassi e delle stazioni italiane è vuoto, è triste. Il massimo che si può trovare sulle loro pareti è la pubblicità di un collant o di un prodotto del supermercato, se va bene. Perché non raccontiamo? Perché non proporre delle storie per riempire quel posto di narrazione che è il sottopassaggio della stazione di Trento in lavorazione? Riempirlo per chi ci vive e per il turista, creando consapevolezza di quello che magari nemmeno chi abita a Trento sa.
Finisco con una frase di Don Antonio Loffredo, il parroco visionario che ha ispirato la fiction ‘Noi del Rione Sanità’. Don Antonio è partito con i ragazzi giovani e giovanissimi della Paranza, che oggi sono presidenti di cooperative. Hanno avuto qualcuno che li ascoltava, che è il compito di chi sta in ruoli apicali. E lui diceva una cosa: “Noi non avevamo niente ed eravamo fortunati perché potevamo farlo” e diceva anche “Tutto quello che manca si può fare”.
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Categoria: Turismo in Italia
Anno: 2025
XXVI BITM - L'ospite speciale Emilio Casalini
Relatore: Emilio Casalini | Giornalista e scrittore, conduttore del programma televisivo su Rai3 Generazione Bellezza
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